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Walter Oppenheimer
El "caso Bèlgica"
(El País, 20 giugno 1999)

Bélgica otra vez. Hace casi tres años, este pequeño país suscitó la atención de los medios de comunicación de medio mundo. Eran los tenebros tiempos del caso Dutroux, el pederasta acusado del asesinato de dos adolescentes y dos niñas y el rapto de otras dos. Aquel horrible incidente traspasó la barrera de las páginas de sucesos y se convirtió en un problema político de primer orden.
En octubre de aquel año, 1996, más de 300.000 belgas tomaron las calles de Bruselas en una impresionante manifestación de silenciosa protesta. Aquella marcha blanca que conmovió a Europa era la advertencia de todo un pueblo contra su clase dirigente. Un pueblo eternamente dividido entre valones y flamencos, entre belgas y extranjeros, entre moros y cristianos, pero unido por una vez en defensa de sus niños. Aquel loque de atención hizo tambalear los cimientos de todo el Estado belga. No era sólo un lamento por las niñas muerta. Era sobre todo el estallido ciudadano contra lo que aquí llaman "las disfunciones del Estado".
El caso Dutroux había puesto al descubierto las cloacas de Bélgica. Había sido la prueba de que nada parecía funcionar en un país en el que hace non tanto años era habitual introducir un billete de 500 francos (2.000 pesetas al cambio actual) entre los documentos que se entregaban a un funcionario. Una corruptela lo suficientemente pequeña como para no constituir delito, pero bastante adecuada como para acelerar cualquier trámite. El caso Dutroux descubrió a los belgas que los jueces de un distrito no hablaban con los del otro. Que los policías se regateaban la información. Que su rey, Alberto II, y su primer ministro, Jean-Luc Dehaene, seguían de vacaciones mientras la gente corriente velaba a las primeras niñas muertas. Aquel drama colectivo derivó en la marcha blanca. Non sólo por las niñas, no sólo contra Dutroux, sino para que todo cambiara.
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Il malessere del Belgio
(Internazionale, 2 luglio 1999, p. 17)

Il Belgio, di nuovo. Quasi tre anni fa questo piccolo paese attirò l'attenzione dei giornali di mezzo mondo. Erano i tempi bui del caso Dutroux, il pedofilo accusato dell'assassinio di quattro bambine e del rapimento di altre due. Quell'orribile episodio superò la barriera delle pagine di cronaca e si trasformò in un problema politico di prim'ordine.
Nell'ottobre di quell'anno, il 1996, più di 300mila persone sfilarono per le vie di Bruxelles in una impressionante manifestazione silenziosa. La Marcia bianca, che commosse l'intera Europa, era l'avvertimento di tutto un popolo alla sua classe dirigente. Un popolo eternamente diviso tra valloni e fiamminghi, tra belgi e stranieri, tra musulmani e cristiani, ma per una volta unito in difesa dei suoi bambini. Quel richiamo all'ordine fece vacillare le fondamenta dell'intero Stato belga. Non era solo un lamento per le bambine morte. Era soprattutto la decisa presa di posizione dei cittadini con-tro le cosiddette "disfunzioni dello Stato".
Il caso Dutroux aveva fatto luce sugli aspetti più oscuri del Belgio. Aveva dimostrato che tutto stava andando a rotoli in questo paese dove da anni era diventata un'abitudine infilare una banco-nota da 500 franchi (24mila lire) tra i documenti, prima di consegnarli ai funzionari pubblici. Una bustarella abbastanza piccola per non costituire reato, ma sufficiente per accelerare qualsiasi pratica. Il caso Dutroux fece scoprire ai belgi che i giudici di un distretto non parlavano con quelli di un al-tro. Che i poliziotti si vendevano le informazioni. Che il loro re, Alberto II, e il loro primo ministro, Jean-Luc Dehaene, se ne stavano in vacanze mentre la gente comune vegliava le prime bambine morte. Quel dramma collettivo sfociò nella Marcia bianca. Non solo per le bambine, non solo con-tro Dutroux, ma perché tutto cambiasse.
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