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Michael du Plessis
In the thirty second year of the war
 

In the thirty second year of the war, the announcement appeared in a Government Gazette. It had been decided by an official commission of enquiry that death was non longer an adequate reason for exemption from military service. The impassive face of the Minister of Defense flickered on a nation's television screens. The interviewers pointed out that such a decision was economic in the extreme, because a dead soldier requires much less maintenance than a living one. The economy would therefore not be further taxed by this move. Discipline - and here oblique references were made to a number of recent unpleasant incidents - would improve enormously. The virile Minister of Manpower appeared next, and spoke of the decision as a solution to the declining birth rate. In a gruff voice made still gruffer by inarticulate emotion, he quotedthe opening lines of the national anthem. A television camera panned over rows of crosses in Hero's Acre. Now indeed, he added, the time had come to live up to those words. After all, dying for one's country has always been more important than living.
There was an initial outcry, of course. The most violent opposition came from religious quarters. It was argued that the regime had finally overreached itself. The debate became metaphysical. Was death indeed the end of the line? Some theologians, and especially military chaplains, triumphantly pointed to a materialist base in the arguments against the re-enlistment od dead soldiers. "We have always known that there is life after death. Now let the irreligious atheists prove otherwise", a partecipant in a panel discussion on television cried. "They are diabolical Marxists with no sense of human dignity!". A token dead soldier, who had been invited to join the panel, slumped sideways at a slight angle. He said nothing.
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Nel trentaduesimo anno di guerra
(Lettera internazionale, n. 37, lug./set. 1993, p. 16)

Nel trentaduesimo anno di guerra l'annuncio fu dato sulla Gazzetta Governativa. Da una commissione ufficiale d'inchiesta era stato deciso che la morte non era più motivo valido per l'esonero dal servizio militare. Il volto imperturbabile del ministro della Difesa comparve sugli schermi di un canale nazionale. Gli intervistatori fecero notare che la decisione era economica al massimo, poiché un soldato morto richiede molte meno spese che uno vivo. L'economia non avrebbe pertanto più risentito di quest'onere. La disciplina - e qui il ricordo correva d'obbligo a certi spiacevoli incidenti avvenuti di recente - ne avrebbe tratto enorme giovamento. Fu poi la volta del virile ministro del Potenziale umano che parlò del provvedimento come di una soluzione al problema del calo delle nascite. Con voce roca, resa ancor più bassa dall'emozione, citò i primi versi dell'inno nazionale. Una telecamera inquadrò una sfilza di croci nel Campo dell'Eroe. Ora infatti, aggiunse il ministro, è giunto il momento di mettere in pratica queste parole. Dopo tutto, morire per il proprio paese è sempre stato più importante che vivere.
Naturalmente all'inizio ci fu scalpore. La reazione più violenta venne dalle sfere religiose. Si disse che il regime aveva finalmente superato se stesso. La controversia assunse toni metafisici. La morte era veramente the end of the line, un punto di non ritorno? Alcuni teologi, in particolare cappellani militari, denunciarono trionfanti un assunto materialista alla base degli argomenti addotti contro il ri-arruolamento dei soldati morti. "Abbiamo sempre riconosciuto che c'è vita oltre la morte. Tocca agli atei irreligiosi provare il contrario!", strepitò uno dei presenti a un dibattito televisivo. "Non sono che dannati marxisti che non hanno nessuna idea della dignità umana!". Un rappresentante dei soldati morti, invitato a partecipare al dibattito, s'inclinò leggermente di lato, ma non disse nulla.
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